La prima volta che partecipai ad una vendemmia fu su invito di un collega di lavoro. I genitori della moglie avevano una vigna “familiare” non piccola ma nemmeno enorme vicino Velletri. Da cittadina titubai un poco ma l’anima campagnola che a stento riuscivo a contenere mi decise ad accettare.
Fu una delle più belle giornate della mia vita. Ricordo ancora il calore del sole, il profumo un po’ acre dei grappoli tagliati, il ronzio delle api?Vespe?, non so non me ne curavo anche se, normalmente, chiamavo a viva voce rinforzi perfino se nella stanza c’era una zanzara. Risento quasi il peso dei grappoli nella mano, il gusto di morderli, i chicchi serrati. Come indimenticabile rimane il “coffee break” offertoci dalla suocera del mio collega: un’insalatierona di quelle di plastica colorata colma di fette di pane con pomodoro “strusciato” e condite con sale, ottimo olio casareccio e basilico appena colto.
E la sera, stanchi ma soddisfatti, tutti seduti ad un lungo tavolo improvvisato a bere il vino della casa mentre intorno si spandeva il profumo delle braciole di maiale cotte su braci di legna mista a tralci di vite per la panuntella (quasi al termine della cottura sulle braciole si mettono delle fette di pane che prendono i succhi ed il condimento della carne).
L’ho fatto altre volte nel tempo e sempre si è ripetuta quella semplice magia.