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INFLUENZA AVIARIA, L'ENPA DICE NO AI MASSACRI, LAVORIAMO SULLA PREVENZIONE DEL CONTAGIO
L'allarme influenza aviaria, tema ormai onnipresente, rischia di far perdere di vista la giusta strategia per affrontare il rischio di un'epidemia; è il monito lanciato dalla Fao a chi cerca di favorire il business dei medicinali senza curare a monte il problema, che è impedire il contagio tra gli animali, prima che il virus muti e diventi trasmissibile da uomo a uomo.
L'Enpa ha inviato nei giorni scorsi una lettera all'ambasciatore della Romania in Italia per protestare contro le cruente modalità di uccisione degli esemplari malati, mentre la Sezione di Grosseto ha scritto alla Commissione Agricoltura e alla Commissione Ambiente di Strasburgo per sensibilizzare i Paesi membri dell'Unione a fermare lo scempio degli animali, eliminati senza nessuna precauzione per limitarne il dolore. "Le immagini televisive hanno inorridito chi le ha viste", ha dichiarato Marlena Greco Giacolini, presidente dell'Enpa di Grosseto. "Gli animali vengono infilati vivi in enormi contenitori e fatti morire soffocati".
E intanto le polemiche sull'influenza aviaria imperversano, tra allarmi e smentite, rendendo più difficile al pubblico il compito di comprendere cosa stia realmente accadendo. Il commissario dell'Unione Europea responsabile in materia di sicurezza alimentare, Markos Kyprianou, ha dichiarato che il ceppo individuato in Turchia, in una fattoria sulle coste del mar Egeo, è dannoso per l'uomo; si tratterebbe infatti del virus di tipo H5N1, stessa famiglia dei casi riscontrati in Russia. Immediato il blocco delle importazioni di polli vivi e carni avicole anche dalla Romania, dove pare che sia stato individuato il virus non solo in un pollo, ma anche in un'anatra di un allevamento sul Danubio. E se i polli sono vettori il cui contagio è abbastanza semplice a contenersi all'interno dei singoli allevamenti, altrettanto non si può dire delle anatre e delle specie migratorie in gen erale, soprattutto per chi non si limita a vederli volare, ma li considera selvaggina. I cacciatori infatti rischiano di scatenare focolai di epidemia entrando in contatto con le penne dei volatili che catturano o con i loro escrementi, andando a cercare con insistenza un posto in cima alla classifica poco ambita degli umani più a rischio, insieme agli allevatori di polli.
Quello che sembra passare sotto silenzio, forse perché meno allarmante, è che il contagio avviene, per quanto appurato finora, esclusivamente mediante il contatto diretto con esemplari infetti, mentre il consumo di carni avicole o di uova dopo la cottura non sembra sortire effetti negativi. Si susseguono sulla stampa comunicati su eventuali vaccini, invece di intervenire a monte per arginare l'epidemia, salvando più animali possibile, oltre che gli umani.
Se sarà confermato che il virus "incriminato" è il famigerato H5N1, sarebbe possibile il verificarsi di una vera e propria pandemia, ovvero di una epidemia di dimensioni incontenibili, che andrebbe a contare vittime in numero assai superiore a quelle attualmente accertate dalla nascita della malattia, nel 1997 a Hong Kong, fino a oggi, come già accaduto nel secolo scorso con la tristemente nota "spagnola". Ma la strategia da adottare non dovrebbe essere mirata in via esclusiva ai farmaci, quanto alla prevenzione della diffusione epidemica; tanto più che un vaccino a tutt'oggi non è disponibile e, quando lo sarà, potranno farne uso al massimo cinquecento milioni di persone, a fronte di sei miliardi di potenziali esseri umani contagiati in caso di pandemia. Anche la Fao ha raccomandato di studiare le rotte degli uccelli migratori piuttosto che investire in farmaci di effetto incerto; il direttore della divisione della Fao per la salute animale, Samuel Jutzi, ha infatti sottolineato come si stia sottovalutando il pericolo che tali rotte passino attraverso paesi non preparati a gestire questo rischio, con conseguenze drammaticamente prevedibili.
L'Italia rischia di essere tra questi, se è vero che il Ministro della Salute Storace sta temporeggiando anziché prendere provvedimenti per fermare almeno temporaneamente la caccia alle specie migratorie e che l'Arcicaccia ha definito "provvedimenti demagogici" le reiterate richieste delle associazioni ambientaliste di limitare l'attività venatoria almeno nei territori limitrofi ai confini per evitare contagi tra i migratori e gli umani. (13 ottobre)