Caro Yanomami, la morte ha rappresentato per me, da sempre, un grande terrore.
Non la morte relativamente alla sofferenza e al momento stesso in cui l'interruttore fa "click", ma proprio al fatto della fine dell'esistenza, del dover abbandonare i propri cari, del non poter più godere di un tramonto o di un'alba, di un fiore che sboccia e di tutta la bellezzza di cui siamo circondati, del rumore della carta che scorre sotto le nostre dita mentre leggiamo, del suono struggente di un adagio o della musica festosa di un walzer viennese.
Poi, la vita, che è grande, meravigliosa e maestra, mi ha dato una possibilità di comprensione, mi ha dato una chiave di lettura diversa, mi ha aperto la porta alla possibilità di elaborare la mia paura, attraverso una strada che mai avrei sospettato potesse portare questo in sè: la morte di mio padre.
Sì, lui mi ha insegnato come si vive e l'ha fatto usando gli strumenti più alti che aveva nella sua semplicità e, al tempo stesso, mi ha insegnato come morire, o meglio, come far rientrare la morte in un contesto che fa parte di tutte le cose che ci circondano, come un evento davvero Naturale, rendendoci parte di quell'evento, facendocelo vivere da "protagonisti", permettendoci anche di parlarne con lui, regalandoci la possibilità di stargli vicino teneramente, amorevolmente e di accompagnarlo a quel momento senza che nessuno, nè noi nè lui, si sentisse solo, dandoci la possibilità di prendere commiato, di scusarci con lui e lui con noi per ogni volta che la nostra vita insieme ci ha portato a soffrire, permettendoci di dirgli quanto bene gli avessimo voluto e gli volessimo.
Mi ha insegnato attraverso il suo comportamento degli ultimi giorni di vita e dalle sue parole, che l'immortalità sta soprattutto nell'aver vissuto lasciando dietro a sè qualcosa per cui essere ricordati e non solo con una preghiera o un'immaginetta o con le celebrazioni e le ricorrenze, ma con il ricordo.
Ricordo...Non è una parola retorica questa, è qualcosa che di sè stessi si tramanda di persona in persona.
Lui, in quei giorni, diceva: "Vedi, tu non hai conosciuto mio padre, ma grazie a quello che mio padre è stato per me, l'hai conosciuto attraverso le mie parole, le mie sensazioni, le mie emozioni".
Oggi, come da tre anni a questa parte, non passa giorno che lui non mi venga in mente, nel bene e nel male, nelle gioie che abbiamo condiviso e nei dispiaceri, non c'è giorno che non ricordi quello che mi diceva, che non pensi quando sono in giardino a come gli sarebbe piaciuto vedere la trasformazione di questo posto, mentre lavoro là fuori, risento le sue parole di quando mi spiegava come potare le rose, raccolgo i frutti del mio lavoro, ricordando i suoi buoni consigli e, senza nemmeno rendermene conto, spessissimo parlo di lui con le mie figlie, racconto episodi della nostra vita insieme, ma non con mestizia, bensì con una forza in più dentro di me.
Ecco, vedi Yanomami, mio padre è vivo, è dentro di me e lo sarà sempre.